Intervista sull'introversione

Lei è il fondatore del sito internet introversi.it. A cosa serve questo sito?


Introversi.it è un social network per introversi e per chi vuole conoscerli. Ha due obiettivi.

Il primo è quello di aiutare gli introversi ad entrare in contatto tra di loro.

Il secondo è quello di fornire un’informazione corretta sull’introversione, agli stessi introversi e alle persone che hanno a che fare con loro, come genitori, insegnanti, coniugi, amici, datori di lavoro e chiunque altro.

Gli introversi hanno molte più difficoltà degli estroversi a incontrare persone con cui stabilire rapporti di amicizia o di amore sia perché sono molto riservati e selettivi nelle loro relazioni sociali, sia per il fatto che sono una minoranza della popolazione.

Infatti la loro presenza è stimata tra il 5 e il 25 %, ma siccome gli introversi rappresentano la parte più riservata e meno visibile di ogni popolazione, la percentuale percepita è ancora più bassa.

Così gli introversi hanno poche occasioni per conoscersi senza l’aiuto di mezzi particolari come può essere un social network specializzato.

Lei si ritiene un introverso?


Certamente sì. Infatti mi riconosco in molte descrizioni scientifiche della personalità introversa. E poi mi sono sottoposto a vari test psicologici da cui emerge un’introversione netta anche se non estrema.

Come definirebbe l’introversione?


Direi che la differenza tra introversione ed estroversione consiste in un diverso modo di essere, sentire e interpretare se stessi e gli altri e in una diversa propensione alla riflessione e all’introspezione.

L’estroverso è interessato soprattutto alla realtà esterna, e in particolare quella sociale, con la quale vorrebbe avere un contatto ed uno scambio quasi continuo, mentre l’introverso ha frequentemente bisogno di momenti di raccoglimento e di riflessione che sono possibili solamente nella solitudine.

Qualcuno ha detto che un introverso ha bisogno di due ore di solitudine per ogni ora di compagnia. E io penso che c’è molto di vero in questa battuta, anche se il dosaggio desiderato tra solitudine e compagnia è sicuramente diverso da persona a persona.

L’introverso dal di fuori appare timido, riservato, calmo, riservato, quasi freddo ma ha un mondo interiore passionale, idealista, moralista, perfezionista, creativo, tutte cose positive se non sono presenti in misura esagerata.

Direi anche che l’estroverso tende ad accettare il mondo così com’è e ad adattarsi ad esso, mentre l’introverso vorrebbe cambiarlo affinché diventi come dovrebbe essere, cioè più giusto, più umano, più rispettoso dei diritti di ogni individuo.

E il senso della giustizia, che è presente in tutti gli esseri umani, negli introversi tende a essere di tipo altruistico, cioè a valere non solo per le ingiustizie subite personalmente, ma anche per quelle subite da persone con cui non ha nulla a che fare, mentre negli estroversi tende ad essere di tipo egoistico, cioè a ridursi moltissimo, quando l’ingiustizia è subita da persone di altre categorie o altre comunità.

Ma l’introversione è un fenomeno molto complesso e per conoscerlo consiglio la lettura del libro di Luigi Anepeta dal titolo “Timido, docile, ardente…” che è il miglior testo sull’introversione che io abbia mai letto, e in cui vengono definiti nove aspetti essenziali dell'introversione.

Quando ha scoperto di essere introverso?


Sin dall’adolescenza mi sono sentito diverso dai miei coetanei, e ho sofferto per questo. Così ho cominciato a leggere libri di psicologia per capire la causa dei miei problemi e come risolverli.

La prima volta che ho incontrato il concetto di introversione è stata quando ho letto “Tipi psicologici” di Carl Gustav Jung, che è colui che ha coniato i termini introversione ed estroversione. Ma gli scritti di Jung non mi hanno aiutato molto forse perché troppo astratti e difficili da utilizzare nella realtà pratica.

Ho cominciato di nuovo a interessarmi di introversione dopo i quarant’anni quando ho scoperto, grazie a Google, il metodo MBTI (Myers-Briggs Type Indicator) molto diffuso negli USA ma praticamente sconosciuto in Italia. Questo metodo definisce 16 diversi tipi psicologici, che sono tutte le possibili combinazioni di quattro tratti fondamentali, uno dei quali è proprio l’introversione-estroversione.

Ma ho capito bene cosa sia l’introversione solo quando ho scoperto, sempre grazie a Google, gli scritti di Luigi Anepeta, che ho citato pocanzi, uno psichiatra, filosofo e antropologo che ho conosciuto di persona e tuttora mi onoro di frequentare. Credo che Anepeta sia il maggior studioso ed esperto di introversione in Italia e forse nel mondo.

Tra le altre cose ha fondato un’associazione chiamata LIDI (lega italiana per la tutela dei diritti degli introversi) la cui missione è quella di diffondere una corretta informazione sull’introversione sia attraverso il web, sia mediante interventi nelle scuole e organizzando seminari e conferenze presso la sede dell’associazione.

Consiglio a tutti, e specialmente agli introversi e ai loro parenti di visitare il sito di Luigi Anepeta all’indirizzo nilalienum.it e quello della LIDI all’indirizzo legaintroversi.it. I link a questi siti si trovano nella home page di introversi.it ma sono facilmente reperibili anche mediante Google.

La sua introversione le ha causato problemi nelle relazioni sociali e nel lavoro?


Per quanto riguarda le relazioni sociali, l’introversione mi ha certamente creato delle difficoltà, soprattutto in età adolescenziale e durante gran parte della giovinezza.

Invece nella vita professionale credo che mi abbia addirittura giovato. Infatti ci sono delle caratteristiche della personalità introversa come la coscienziosità, la scrupolosità la capacità di analisi che possono essere molto utili nel lavoro, e che nel mio caso hanno favorito la carriera professionale.

Che relazione c’è, secondo lei, tra timidezza e introversione?


Io penso che l'introverso non è timido a priori, ma lo diventa se l'ambiente sociale circostante, a partire da genitori, educatori e compagni di scuola, lo tratta come uno che è socialmente meno dotato, provocando in lui un senso di inferiorità rispetto agli estroversi, cioè alla maggioranza degli altri.

Questo accade a causa della diffusa ignoranza, o, peggio ancora, della disinformazione sul fenomeno dell'introversione. Infatti il modello culturale dominante è fatto su misura degli estroversi dato che sono la maggioranza e monopolizzano i mezzi di comunicazione a tutti i livelli (dalle conversazioni di gruppo ai mass media).

Vuole aggiungere qualcos’altro a conclusione di questa intervista?


Concluderei con un aforisma di un grande filosofo molto introverso: “Odio coloro che mi tolgono la solitudine senza farmi compagnia”.